Era passata l’una e mezza di notte e il mio corpo non voleva saperne di addormentarsi. Ero sudato fradicio e il non aver avuto voglia di togliere la coperta di pile da sotto le lenzuola non migliorava certo la situazione. Il cuore non voleva smettere di battere così forte, era un rumore assordante, perforava i timpani ad ogni colpo. L’esame, l’altro esame, quello dopo ancora... Ci sarei riuscito? Sarebbe stata una bella soddisfazione, non tanto per me quanto per loro, andava fatto. Il sudore scivolava sulle palpebre mischiandosi ai campi vettoriali, gli integrali e le equazioni differenziali che si erano ormai tatuati sulle mie cornee. “Una matrice è invertibile se... Se il rango è massimo, quindi se il determinante è diverso da zero... Se un campo è conservativo è irrotazionale, se è irrotazionale affinché sia conservativo deve essere definito su un aperto semplicemente connesso... Ok, dimostrazione del teorema di Lagrange...”. Continuava a battere, avrei voluto si fermasse, gli sentivo spostarmi verso l’esterno la gabbia toracica.
D’un tratto lo notai. Era un rumore continuo, lieve, di sottofondo. Veniva da fuori. Mi misi a sedere sul letto, spostai il piatto con la candela antizanzare sul pavimento e ne presi il posto sul davanzale. Feci scorrere la fermatura e aprii la finestra. Era un condizionatore, il modulo esterno. Era così familiare, il cuore cominciò a rallentare. Appoggiai la testa alla cornice. Ecco cos’era. Sembrava il rumore del mare quando nelle notti d’estate tira vento. Chiusi gli occhi e in un attimo ero lì, sul balcone di casa mia, quella vera. In lontananza ecco un altro rumore familiare, uno scooter con un Minarelli verticale ad aria, aspirazione lamellare sul cilindro, nove su dieci è un Booster. Il gas veniva aperto e chiuso di continuo: monoruota. Scoppiettava in chiusura: carburazione grassa. “Non perdo il tocco...”. Ero lì, sulla sedia su cui slacciavo le scarpe quando tornavo la sera e come ogni volta fu istintivo: “Cazzo, l’ho chiusa la macchina?”.
Aprii gli occhi, la macchina era sicuramente chiusa. Davanti non avevo l’armadio di plastica con dentro le scarpe, i cilindri e i carburatori vecchi ma solo una parete rossastra. Ero in mutande, sudato, seduto sul davanzale di una finestra a milleduecento chilometri da quel balcone. Il Booster era ormai lontano, il rumore del mare era tornato ad essere il suono di una cazzo di ventola di plastica di merda. Chiusi la finestra, tirai la fermatura, strappai via la coperta di pile da sotto le lenzuola e mi lasciai cadere sul materasso. “Se domani non scrivi ‘sta roba non vali un cazzo come scrittore”.
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domenica 11 luglio 2010
Pensieri Random
Più noioso d'un arcobaleno monocromo.
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